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Premessa
I credenti possono guardare ai santi come a presenze nel quotidiano, non solo come a ricordo del passato.
1. Unione con Cristo
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Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo (Lv 19,2). La santità è la caratteristica propria di Dio, che realizza il suo disegno di amore salvifico sull’umanità. I membri della Chiesa, formano un popolo di santi. Si distingue una santità ordinaria, la santità di chi vive in modo coerente il battesimo, e una santità rappresentativa, di chi è scelto dallo Spirito Santo a svolgere una specifica missione nella Chiesa per il bene degli altri. La santità è un dono che suscita la generosità di porre la propria vita a servizio della volontà di Dio, per la costruzione del Regno. I santi sono chiamati a rappresentare in modo visibile la forma concreta della sequela di Cristo per i loro contemporanei e per tutti quelli che lungo i tempi si trovano nelle stesse situazioni umane: sono un Vangelo vivente. Il santo dimostra che ogni tempo è adatto a vivere il Vangelo e a realizzare in modo integrale l’amore di Dio e del prossimo.
Nel terzo millennio il Pontefice Giovanni Paolo II ha invitato le Chiese locali a fare memoria dei propri santi, ha affidato loro la nuova evangelizzazione e il compito dell’unità della Chiesa, poiché essi hanno saputo raggiungere la perfezione dell’amore. In Piazza San Pietro, il 4 novembre 2001, Giovanni Paolo II ha presieduto la solenne beatificazione di Giovanni Antonio Farina (+1888), che fu vescovo a Treviso e a Vicenza, oltre che fondatore. Il papa ha detto che la testimonianza del nuovo beato continua ancor oggi a produrre abbondanti frutti, in particolare attraverso la Famiglia religiosa da lui fondata, le Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, tra le quali brilla la santità di Maria Bertilla Boscardin.
Santa Bertilla Boscardin è il frutto dell'educazione spirituale impartita dal Farina.
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Nel 1852 fu istituita una comunità delle Suore Dorotee presso l’ospedale di Treviso, dove nel 1906 giunse una novizia che divenuta Suor Bertilla vi trascorse gran parte della sua vita, mettendo in pratica fino al dono totale della sua esistenza l’ideale di carità insegnato dal Fondatore alle Figlie.
Anna Francesca Boscardin, così si chiamava, nacque a Brendola (Vicenza) il 6 Ottobre 1888, nel 1907 fece la professione religiosa nell’istituto. Morì a soli 34 anni il 20 Ottobre 1922 e subito si diffuse la fama di santità in Italia e nel mondo; Giovanni XXIII la canonizzò l’11 Maggio 1961. Un episodio della sua fanciullezza narra che Anna Francesca, sentendo spiegare dalla maestra la Passione del Signore, pianse sconsolata tanto era sensibile e consapevole della malizia causata dal peccato nell’uomo; dal parroco venne ammessa in anticipo rispetto all’età alla Prima Comunione, poiché dimostrava una particolare saggezza e conoscenza del Catechismo, oltre che il desiderio d’insegnarlo agli altri. Frequentando l’associazione delle Figlie di Maria, approfondì la sua istruzione religiosa e giunse a scoprire la chiamata alla vita consacrata.
Da religiosa, annotava nel suo diario: “Vivere, operare, fare ogni mia azione alla presenza di Gesù; figurarmelo sempre vicino, sempre pronto ad aiutarmi, che mi ama moltissimo. Mettere tutta la diligenza nel far bene e con profitto la santa meditazione”. Animata da questo spirito, Suor Bertilla si proponeva di cercare sempre la gloria di Dio ed il bene delle anime: “Volere ad ogni costo farmi santa e salvare tante anime a Gesù, che Gesù per una sola sarebbe disposto a morire ancora sulla Croce. Ogni volta che con la parola, ovvero con la mente dico: ‘Gesù vi amo e vi desidero dentro di me’, intendo riparare a tutte le sante Comunioni sacrileghe che vengono fatte in tutto il mondo; ogni volta che dico colla mente e anche colla parola: ‘Iddio sia benedetto’, intendo riparare a tutte le bestemmie che si dicono in tutto il mondo. Ogni volta che dico l’’Ave Maria’, intendo convertire mille poveri peccatori. Voglio oggi tenermi sempre alla presenza di Gesù e parlare secondo i suoi insegnamenti”.
Il desiderio di Suor Bertilla era di diventare santa, non da altare, ma da Paradiso; scriveva infatti: “Iddio per fine, Gesù per modello, Maria per aiuto, io per sacrificio”. Specificherà nel suo diario: “Gesù crocifisso è il mio modello”. Tale senso della croce nella sua vita di discepola era frutto della comprensione dell’amore di Dio, che la portava a percepirsi vera sposa di Cristo. Di umili origini, attraverso un intenso rapporto di unione con Dio, coltivato nella sua vita di consacrazione, seppe sviluppare un ardente amore al prossimo e la capacità di nascondere i propri sentimenti e sofferenze.
Suor Bertilla curò la sua vita interiore. Era costretta dalle consuetudini del tempo a non avere accesso direttamente ai testi della Bibbia, ma non per questo ridimensionò il suo ideale, anzi lo coltivò con grande determinazione. Aveva l’abitudine di ricercare e trascrivere brani significativi e preghiere, che alimentavano la sua riflessione. Era solita portare in tasca il Catechismo e leggerne ogni giorno alcuni punti.
2. Vivere nella Chiesa santa
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Suora infermiera, Bertilla fu consapevole dell’alta dignità cui il Cuore di Cristo l’aveva chiamata: vivere nella Chiesa e nel mondo la missione apostolica, che si traduceva in ardore di carità nell’umiltà e nell’obbedienza. Diffuse questo anelito riconoscendo in chi soffre la persona di Cristo, offrendo una testimonianza di fede e di speranza, e sostenendo la causa del più debole.
Si trovò a lavorare in una struttura minacciata dal pericolo di una completa laicizzazione. Intervenne il Beato Vescovo Longhin raccomandando alle religiose di formarsi alla Scuola per infermiere, per poter continuare ad assistere gli infermi e prepararli a ricevere i sacramenti. La vita di Suor Bertilla coincise con l’immagine di Gesù mite ed umile; nel Maestro Divino ella trovò la forza per svolgere la sua missione. Alla richiesta della struttura di personale dinamico per l’organizzazione dell’ospedale si trovò a rispondere dovendo espletare varie mansioni e, per il bene dell’uomo sofferente, non indietreggiò davanti a numerosi ostacoli. Trattava tutti i malati senza distinzione, ricchi o poveri, ma usava una carità particolare verso le persone lontane da Dio; a tutti dava la possibilità della riconciliazione sacramentale. Insegnava l’accettazione del limite umano da affidare a Dio, alla sua tenerezza paterna: curando il corpo, Bertilla provvedeva al bene dell’anima.
L’ospedale di Treviso era diventato un luogo nel quale facilmente si generavano ostilità causate dalle istanze risorgimentali; la cultura laica era convinta che la Chiesa rappresentasse un ostacolo al progresso sociale e scientifico. In questo clima Suor Bertilla apriva il suo sguardo alla dimensione dell’eternità, senza sentirsi estranea ai conflitti, ma vivendo la giustizia e la compassione nell’accoglienza del prossimo affidato alle sue cure. Con il suo stile di vita, durante la grande guerra, lei perseguì un cristianesimo totale veicolando il messaggio evangelico nel quotidiano, attraverso una dedizione ed un affetto particolari.
3. Santità realizzata nello Stato di vita consacrato
Suor Bertilla definì la sua esperienza spirituale Via dei carri, poiché la
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riteneva un cammino semplice e piano, ma infallibile, che conduce i cuori al Cielo.
La santità di Bertilla è riportata al possibile di ogni giorno, che consente di valorizzare l’originalità dei talenti personali e di comprendere che la verità è umiltà; alla fine della vita tale consapevolezza le fece dire, rivolta alla Madre generale ed a quanti le stavano vicino sul letto di morte: “Dica alle sorelle che lavorino solo per Gesù! Che tutto è niente!”. Nell’opera di Bertilla traspare l’insegnamento che nel mondo del dolore è necessario non solo predisporre un’assistenza efficace a sostegno della scienza medica, ma anche mitigare l’ansia ed infondere sicurezza. Nel breve arco della sua vita Bertilla visse il suo apostolato alla luce di un’eroica perfezione e di una celeste dottrina, che ancor oggi i piccoli e i semplici possono proclamare al mondo.
E’ la ricerca di autenticità che l’uomo d’oggi persegue come valore primario ed insostituibile; egli si abbandona con stupore davanti ai grandi interrogativi del vivere e del morire, davanti al bisogno profondo di comprensione e di misericordia. Quella di Suor Bertilla è una testimonianza d’amore affinché anche oggi, davanti a Cristo che muore in croce accettando la kenosi per sollevare l’uomo dalla sua miseria e renderlo figlio di Dio, sorga l’interrogativo di come rispondere a tanto amore!
Spesso Suor Bertilla fu vista muovere le labbra, ossia pregare incessantemente nel corso della giornata, ed interrogata diceva di parlare con Dio; riusciva a confortare, a comunicare parole sante, perché avvalorate dalla preghiera. Particolarmente devota alla Vergine Immacolata, a quanti si rivolgevano a lei Bertilla assicurava la preghiera, ma esortava pure ad avere fede nell’infinita Bontà di Dio: era certa d’essere esaudita, infatti ciò avvenne in molti casi…
Conclusione
Nel nostro tempo si assiste ad una certa disaffezione della comunità
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cristiana nei confronti dei santi, forse perché i modelli troppo elevati costituiscono una specie di rimprovero; è necessario recuperare la loro vicenda nel contesto in cui è avvenuta, mettendone in luce l’eccezionalità ma anche cogliendo la fatica e il cammino di fede che essi hanno compiuto. La santità continua a svolgere nella Chiesa e nel mondo la missione d’accompagnare e sostenere l’uomo nella sua vita di fede, nella fedeltà all’amore di Dio.
La vita e la testimonianza di Santa Bertilla attestano l’assoluta libertà di Dio nel chiamare alla santità e nel stabilire l’unione con le sue creature. La pienezza della vita cristiana e la perfezione della Carità, infatti, corrispondono alla misura del dono ricevuto dal Signore. Con certezza possiamo dire che la voce dei santi raggiunge il trono di Dio, perciò Bertilla può piegare la Sua mano verso le dure esperienze del nostro quotidiano: restituisce a Dio un volto più accessibile.
Ciascuno trovi la fiducia di proseguire l’impegnativo ed esaltante cammino verso la santità!
Suor Maria Cappelletto
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